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La presenza non è produzione di massa

  • Immagine del redattore: Virna Buda
    Virna Buda
  • 3 feb
  • Tempo di lettura: 3 min
Copertina del Flow Journal di Febbraio

Siamo figli di una società in cui le persone hanno cercato continuamente di perdere peso. Non per reale necessità, ma perché lo richiedevano i canoni estetici, perché il contesto lo incoraggiava, perché l’opinione pubblica lo normalizzava. Il peso era qualcosa di cui liberarsi quasi per default, come se alleggerirsi fosse sempre e comunque la direzione giusta. E nel tentativo di diventare più leggeri, molti finivano per perdere qualcos’altro. Non solo chili, ma spessore. Presenza.


Oggi accade qualcosa di simile. Diciamo “La costanza è la chiave” e ce lo ripetiamo un po’ in ogni ambito, dall’allenamento al lavoro fino ai social media. La costanza è diventata un valore indiscusso, un requisito quasi morale. Ma quando alla ricerca della costanza si sommano l’urgenza, la fretta impellente, la pressione della produzione continua e il timore di non rispettare una deadline, il risultato cambia. Non stiamo più scegliendo cosa condividere. Stiamo reagendo. E così finiamo per riversare nel mondo contenuti corretti, ma mediocri. Contenuti che non ci rappresentano fino in fondo e che, spesso, non ci soddisfano nemmeno.


È in questo modo che la produzione di massa entra nei processi creativi. Non come una decisione esplicita, ma come un adattamento progressivo a ritmi, scadenze ed aspettative. Si pubblica non perché qualcosa è pronto o necessario, ma perché è il momento di farlo. Il risultato raramente è disastroso. Più spesso è semplicemente deludente. Tecnicamente corretto, visivamente accettabile, ma privo di quella sensazione di necessità che rende qualcosa davvero degno di essere condiviso.


Conosci la regola dell’80–20%?Inizialmente teorizzata da Pareto e poi riconosciuta come pattern sociale, è stata applicata al management come principio secondo cui circa l’ottanta per cento dei risultati deriva dal venti per cento delle cause. Un concetto nato per aiutare a concentrare le energie su ciò che conta davvero, non per legittimare l’approssimazione. Eppure, col tempo, questa regola è stata semplificata fino a diventare altro. Si è iniziato a pensare che l’80% delle potenzialità fosse più che sufficiente, che fare “abbastanza bene” fosse sempre accettabile, indipendentemente dal contesto.


Il problema non è l’80%. Il problema è quando smettiamo di chiederci dove sia il 20%. Quando perdiamo di vista ciò che dà senso, peso e direzione a quello che facciamo. Non è un invito alla mediocrità, né all’approssimazione sistematica. È piuttosto una domanda aperta: come si trova un equilibrio reale tra qualità e perfezione, senza cadere né nell’ossessione né nella superficialità?


Forse una chiave sta nell’accettazione dell’imperfezione. Che non è mediocrità, ma autenticità.L’autenticità resta forte anche quando è imperfetta. Può essere incompleta, ruvida, non rifinita, ma mantiene una direzione chiara. La mediocrità, invece, tenta di imitare una perfezione irraggiungibile senza mai arrivarci davvero. Mima forme, linguaggi e strutture che sembrano corrette, ma sono prive di necessità. E se l’autenticità ha spessore, la mediocrità è semplicemente debole.


Contenuti veri e di spessore sono più forti di contenuti frequenti.

La presenza non si misura in quantità, ma in densità. Il mondo incalza, chiede velocità, continuità, reazione immediata. Ma l’autenticità richiede tempo. Non puoi sfornare senso come fosse una catena di montaggio. Non puoi produrre presenza in serie.


Forse dovremmo normalizzare l’attesa. Dare dignità al tempo che serve per creare qualcosa che valga davvero la pena di essere creato. Smettere di riempire il tempo solo per placare l’ansia di doverlo fare.


Accettare l’imperfezione, sì, ma come si accetta qualche chilo: adattando gli abiti al proprio corpo, e non il corpo agli abiti.

 
 
 

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